E' vero: siamo la Robur, ma......
Sento ripetere sempre più spesso che la Robur non deve mai dimenticare di essere sempre la Robur, che la dimensione ci condanna, che non diventeremo mai una squadra di altra né alta classifica. La sofferenza fino all'ultima giornata ci sarà sempre compagna.
In verità, fino a non più di una decina di anni fa, ripetevamo come un mantra che sarebbe bastato vivere un'esperienza di un anno di serie B per provare un'ebbrezza indicibile.
Poi il miracolo: sei anni fa il Siena si è trovato inaspettatamente - e splendidamente - in serie A, circondato dall'euforia e dalla grande passione di tutta la città, ma con una Società priva di un corrispondente e adeguato impianto organizzativo. Tre anni per passare dalla C alla A, per un Club che per i 90 anni della sua storia si era arrabattato nelle serie minori, certamente erano troppo pochi. E, ovviamente, le sofferenze sono state una presenza costante in ogni campionato.
Ma quella Robur traboccante di entusiasmo, ma carente di tutto il resto non esiste più.
Anche oggi, ci mancherebbe altro, soffriamo in ogni partita e la salvezza resta sempre l'obiettivo unico, il nostro "scudetto". Ma qualcosa è cambiato; questa è già un'altra Robur.
Oggi la Società ha acquisito (e ancor più dovrà acquisire) la necessaria esperienza; si sta dotando di un impianto organizzativo sempre meno distante dalle altre compagini di ben altra tradizione e lignaggio; la rosa dei giocatori è conformata anagraficamente e modellata con maggiore affinità tecnica, in modo decisamente diverso da quei gloriosi pionieri, taluni talentuosi (Chiesa, Taddei, Flo), altri (molti altri) anzianotti e non tutti idonei a calcare i campi della massima serie, quasi nessuno di proprietà.
Molto resta da fare: uno stadio (magari ristrutturando proprio il glorioso "Rastrello") con i requisiti richiesti dalle autorità sportive nazionali ed internazionali; il sempre menzionato ma ancora soltanto sospirato Centro Sportivo, con la necessaria dotazione di campi di allenamento e foresteria; la creazione di un Centro di Coordinamento dei Siena Club; e così via.
Gli esempi di società "provinciali" che, intelligentemente, hanno creato le basi per non risultare solo fugaci meteore nel firmamento calcistico nazionale, ma consolidate realtà da prendere a modello di riferimento per la loro organizzazione societaria non mancano: l'Empoli, rappresentativa di una città con dimensioni ancor più piccole della nostra (l'unica), che ha puntato tutto su un settore giovanile di eccellente livello; l'Atalanta, club quanto mai efficiente e carico d'esperienza, quasi sempre presente in serie A negli ultimi decenni; l'Udinese anch'essa con presenza pluriennale nell'èlite del calcio nazionale, capace di scovare giovani talenti in ogni parte del mondo.
Pertanto, perché non auspicare che - sulla base di una seria operazione di pianificazione e programmazione e con l'impegno di tutti - la Robur riesca a divenire anch'essa una società modello, senza continui patemi d'animo per classifica, bilanci e adempimenti fiscali. Per tentare di finire, almeno qualche volta, anche nella parte sinistra della graduatoria.
Porsi degli obiettivi non significa svolazzare in cieli non di competenza, bensì ambire a crescere, a progredire sempre, senza drammatizzare se l'obiettivo non verrà sempre raggiunto, ma anche senza accontentarsi di festeggiare ogni salvezza conseguita. Non credo lo facciano a Bergamo, né a Udine. E neppure a Empoli.
Scriveva Soren Kierkegaard, filosofo danese dell'800, che "l'uomo non avrebbe mai raggiunto il possibile, se non avesse sempre cercato di raggiungere l'impossibile". E in definitiva noi siamo dove siamo anche perché si è materializzata una "lucida follia".




