E' mancata la "cattiveria"?
E' opinione generale che a Palermo sia mancata soprattutto la "cattiveria".
Ma che cosa sarà mai questa cavolo di "cattiveria", che tutti - giocatori, dirigenti, giornalisti, tifosi - invocano incessantemente prima di ogni incontro, salvo poi recriminare per la sua assenza quando le cose non vanno per il giusto verso? Può essere definita come il massimo grado raggiungibile di concentrazione da parte dell'intero gruppo prima dell'incontro, o, magari, come forte intensità della tensione agonistica da gettare nella sfida? O forse, scaltrezza cinica dettata dall'esperienza nell'approfittare degli episodi favorevoli, oppure ancora, feroce determinazione e resistenza alla fatica nello sforzo atletico?
Probabilmente si tratta di un cocktail di tutto questo, che un amatissimo presidente sintetizzava efficacemente con la definizione "gli occhi della tigre".
Perché a Palermo, a differenza di Catania e Roma, la Robur non ha potuto o saputo mostrare gli "occhi della tigre"?
Tutte le componenti che ho sommariamente riassunto, dovrebbero in teoria essere trasferite sul campo da ciascun atleta, e al massimo grado. In carenza o, peggio, in mancanza di anche solo uno di questi elementi, l'efficacia competitiva dell'intera squadra si indebolisce notevolmente. E' evidente che, come sospirava don Abbondio sul coraggio "se uno non ce l'ha, non se lo può dare", lo stesso può valere per la cattiveria. E, per restare sull'esempio manzoniano, gli avversari potrebbero essere - proprio come i "bravi" di Don Rodrigo - assai più cattivi di noi. Anche nello spogliatoio avversario risuonano le stesse parole d'ordine riguardo all'approccio sulla gara; e se a questo aggiungiamo l'ambiente caldo di tanti stadi con tifoserie esuberanti e la superiore caratura tecnica di molte delle squadre che dovremo incontrare, quasi mai la grinta da sola potrà essere sufficiente.
In serie A, la componente principale che determina la differenza tra le varie formazioni è la qualità dell'organico. La Robur non è sprovvista di qualità rispetto alle cinque-sei dirette rivali, ma, in generale, abbassare il livello tecnico di una squadra per privilegiare cursori e feroci azzannatori di talloni altrui, o sbagliare formazione in coerenza ai rigidi schemi di rombi o alberi di Natale, significa quasi sempre esporsi a sconfitte, che poi vengono sommariamente e sistematicamente commentate imputandone la causa alla mancanza di determinazione.
E allora, venendo al nostro caso:
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schierare ancora un ventenne che, indipendentemente dal radioso avvenire che lo attende, non può ancora incidere in modo significativo sull'esito di incontri di particolare difficoltà, continuando a confinare sugli esterni - e fuori ruolo - il nostro attaccante (perché Brienza è e si considera una punta) di maggior classe e fantasia;
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affidare il timone del centrocampo al trentacinquenne capitano - amatissimo ma, appunto, non più giovanissimo - peraltro in un ruolo in cui non può fornire prestazioni all'altezza della sua fama;
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chiedersi che cosa sta succedendo a D'Agostino, altro talento che dovrebbe rappresentare il perno della manovra bianconera e l'unico in grado di segnare o creare pericoli nei calci da fermo;
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domandarsi se si è ancora alla ricerca di una formazione-base, da ritoccare a seconda delle esigenze contingenti ma senza stravolgerne la disposizione tattica di base;
non significa mettere alla graticola Sannino, ci mancherebbe altro. Significa soltanto evidenziare alcuni aspetti della sconfitta che non mi hanno convinto e che non hanno convinto solo me. Pazienza, staremo a vedere con immutata fiducia.
Se non altro, l'avvocato Azzeccagarbugli è stato cacciato due anni fa.
Vic




